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Effetti psicosociali della televisione e trasmissione degli stereotipi

di Giulia Rosoni

Esistono in psicologia sociale diversi modelli teorici che tentano di descrivere i meccanismi di influenza dei mezzi di comunicazione di massa nei comportamenti e negli atteggiamenti quotidiani degli individui, soprattutto in relazione al mezzo televisivo.

Prima degli anni ’60, la TV viene descritta come uno strumento demoniaco utilizzato per plasmare e narcotizzare le masse: esempio di tale concezione è la visione di Lasswell (1927), il quale parla di “grande ago ipodermico, che esercita sulla consapevolezza delle persone una sorta di narcosi funzionale; in altre parole, uno stato di apatia indotto”.

Tuttavia, intorno alla metà degli anni ’60, si cominciano a scorgere posizioni meno pessimistiche: Mc Luhan (1968) sostiene ad esempio la necessità di riconoscere il ruolo fondamentale della TV nel rendere la società meno rigida e più multidimensionale, grazie alla combinazione di comunicazione verbale e visiva. Questo cambio di rotta portò ad uno spostamento dell’attenzione dalla ricerca sugli effetti dei mass media, alla ricerca delle influenze su atteggiamenti e opinioni.

...Piccola premessa...

Gli individui sono costantemente bombardati di informazioni provenienti dall’ambiente esterno, ed è inevitabile e funzionale che tali informazioni vengano selezionate, elaborate e immagazzinate in modo attivo, anche se più o meno consapevole. Tali input, siano essi visivi o uditivi, vengono però trasformati in rappresentazioni simboliche, ovvero immagini economiche e impoverite del mondo reale.

Se chiediamo a un qualunque individuo di pensare a una mela, con molta probabilità si attiverà nella mente del nostro interlocutore o della nostra interlocutrice, la rappresentazione di un frutto rotondo, di colore rosso, con una bella foglia verde; allo stesso modo, alla parola "tavolo" viene associato un oggetto formato da un ripiano quadrato e quattro gambe, per lo più di colore marrone dato per scontato il legno come materiale di fattura.

L’ambiente che ci circonda è senza ombra di dubbio complesso e ricco di elementi; in ogni momento siamo colpiti da informazioni percettive che dobbiamo analizzare e valutare il più velocemente possibile per agire e interagire con il mondo circostante, prevedendo per lo più quali saranno le conseguenze nell’approcciarsi a una certa situazione in un particolare modo.

Così ogni individuo, al fine di meglio rapportarsi alla realtà, mette in atto un processo cognitivo detto di categorizzazione: costruisce cioè delle categorie formate da elementi che hanno le stesse caratteristiche fondamentali, creando dei modelli detti esemplari. È un meccanismo sano e funzionale alla vita di tutti i giorni.

Pericolosi sono però i meccanismi che si attivano e s’insinuano nel momento in cui la categorizzazione è applicata per raggruppare gli esseri umani; tale meccanismo porta ad associare un individuo a un gruppo poiché condivide con i suoi membri determinate caratteristiche. È da qui, in altre parole, che nascono i cosiddetti stereotipi.

Gli stereotipi sono schemi rigidi e impermeabili al cambiamento, formati da credenze e opinioni, socialmente condivise, attribuite a un gruppo sociali; questi schemi finiscono per influenzare le relazioni e i comportamenti sia di chi li applica sia di chi ne è colpito.

Essendo rappresentazioni impermeabili al cambiamento, spesso portano a interpretazioni non solo errate, ma di difficile disconferma, anche di fronte all’evidenza o al contatto diretto.

IN BREVE SUI MODELLI TEORICI DI INFLUENZA DEI MEDIA:

Laddove fattori esterni vadano nella stessa direzione di ciò che viene mostrato dal mezzo televisivo, l’effetto del messaggio è accentuato; i media hanno quindi la capacità di rinforzare il significato delle esperienze maturate dalle persone nella vita reale.

DONNE OGGETTO E MODELLO UNICO: QUALI RISCHI?

Scrive Taurino in “Psicologia della differenza di genere” (Carrocci 2005) “distinguendo due categorie (maschile/femminile, uomo/donna) (si) determina la strutturazione di precise immagini mentali configurate come rappresentazioni socialmente condivise della differenza sessuale”.

Sostanzialmente vengono stabiliti quali sono i comportamenti, le aspirazioni e i ruoli precisi che maschi e femmine devono avere all’interno della società.

Accade spesso che qualità apprezzabili in un uomo come l’autorevolezza e la competizione, se presenti in una donna diventino motivo di biasimo e discriminazione.

Gli stereotipi di genere sono tra i più frequenti e anche maggiormente condivisi dalla società: possono portare a una forte limitazione per le donne, nel pensiero così come nell’azione, poiché vengono influenzate scelte e aspettative riguardanti il futuro; così una donna che voglia mettere la carriera al primo posto invece che l’essere madre, può rischiare di sentirsi meno “femminile”, così come può essere spinta a non scegliere un percorso accademico in ambito matematico e scientifico, dominio stereotipicamente maschile. Sarebbe lecito chiedersi come mai, soprattutto negli ultimi tempi caratterizzati da crisi economica e del lavoro, alle donne è comunque richiesta una scelta tra vita lavorativa e familiare.  Come se una mamma, non potesse/volesse gestire lavoro e famiglia esattamente come fa un papà.

E in TV?

In una ricerca del 1983 Archer e colleghi evidenziarono come i media presentassero con maggior frequenza visi maschile e corpi femminili. Questo finiva per confermare l’associazione tra maschi e qualità intellettuali e donne e qualità fisiche ed emotive. Infatti, le persone ritratte con maggior focus sul volto sono giudicate più intelligenti (fenomeno del face-ism); le donne al contrario tendono ad essere “smembrate”, rappresentare solo con parti del corpo, in particolare con gi attributi sessuali primari e secondari (fenomeno del body-ism). Lo smembramento del corpo femminile “porta a identificare la persona con il proprio corpo, o parti di esso; l’oggetto-corpo è ridotto a mero strumento da guardare e valutare nella sua funzione di oggetto sessuale” (Bartky, 1990); citando Friedrikson & Roberts (1997) “come corpi che esistono a uso e consumo di altri”.

QUALI SONO LE CONSEGUENZE PER LE DONNE?

Come possiamo aspettarci che una ragazza che fin dall’età di 6 anni altro non ha visto che donne belle e mute, statue vuote, guardate con occhi che scrutano il loro corpo come fosse l’unica rappresentazione valida della loro personalità, non assuma il medesimo sguardo oggettivante verso sé stessa? E ancora, come possiamo pretendere che abbia aspirazioni diverse dall’essere modella o velina,piuttosto che scienziata, quando gli unici modelli femminili cui ha accesso sono quelli televisivi?

Effetto primario del vivere in una cultura che sessualizza il corpo femminile è il fare proprio una prospettiva “in terza persona”, guardare cioè al proprio corpo come un oggetto che può rappresentare in toto la nostra identità: questo è ciò che chiamiamo auto-oggettivazione, il processo che porta la donna a guardare a se stessa come a un oggetto.

Questo continuo e sistematico monitoraggio del proprio corpo, ha delle inevitabili ripercussioni sulla qualità della vita e sulla salute delle donne: parliamo di sentimenti di vergogna e ansia dovuti al senso di inadeguatezza di fronte a modelli di bellezza virtualmente irraggiungibili (basta pensare che nonostante le donne in sovrappeso siano in minoranza, la maggior parte dichiara di essere “grassa”); l’ansia poi è quanto mai accentuata dal fatto che è richiesta una iper vigilanza nei confronti del corpo, sia per il suo apparire sia per la sua incolumità. Accade, in altre parole, che alle donne sia richiesta una continua attenzione al corpo, che si traduce in vigilanza sia per l’aspetto fisico, che deve essere sempre curato e il più possibile vicino ad un ideale di bellezza che sia attrattiva per gli uomini, ma anche per la propria incolumità, giacché l’essere troppo attraente può portare al rischio di subire molestie o violenze.

Da tali livelli di ansia e vergogna derivano poi una serie di conseguenze ben più gravi: si parla infatti di depressione, disfunzioni sessuali e disordini alimentari.

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