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Dibattito media-minori: la scomparsa della tv dei ragazzi e il processo di adultizzazione dell'infanzia

Irene Biemmi

La tematica “media e minori” comprende oggi un’ampia area di studi teorici e empirici che mirano ad analizzare il complesso rapporto tra i mezzi di comunicazione di massa e quel target del tutto speciale costituito dai soggetti in età evolutiva. All’interno di questo ambito di studi rientrano le indagini sulla fruizione dei media da parte dei minori, che con il tempo si sono canalizzate in due ambiti complementari: da un lato le statistiche sui consumi mediatici che forniscono dati quantitativi sulle abitudini di fruizione del pubblico infantile; su un altro fronte si collocano le ricerche qualitative – di stampo prevalentemente etnografico – che mirano ad indagare più approfonditamente le modalità di fruizione dei media, le particolari situazioni contestuali in cui avviene il consumo mediatico, i significati attribuiti ai messaggi massmediatici in funzione dei diversi contesti di ricezione. Una lettura incrociata delle indagini quantitative e qualitative può risultare interessante per dare risposta ad alcuni quesiti preliminari: non solo “quanto” ma soprattutto “come” i bambini utilizzano i media.

Un primo dato statistico ci informa che, nonostante il proliferare di nuovi media, guardare la tv risulta ancora oggi una delle attività prevalenti cui si dedicano i bambini e gli adolescenti nel loro tempo libero. Nel time budget giornaliero dei ragazzi tra 14 e 18 anni, pari a 5 ore, guardare la tv risulta uno dei passatempi preferiti (ricopre circa il 25% del tempo libero). Importante è indagare in quale contesto e in quali orari i bambini/ragazzi vedono la tv. Dalle più recenti indagini Istat emerge che nella maggioranza dei casi (46,1%) si alternano momenti di visione solitaria a momenti di visione condivisa con i familiari e nel 40,2% la visione è sempre condivisa (non si guarda mai la tv da soli). Il caso della fruizione televisiva totalmente solitaria coinvolge solo una minoranza di bambini, circa un 10%, cifra comunque significativa. È quella che Morcellini definisce “tv-isolamento”: una pratica di fruizione individuale, separata, che asseconda i gusti differenti dei componenti familiari e che lascia a ciascuno la possibilità di fare zapping in piena libertà, nella propria stanza preferita. Parallelamente cambiano anche gli orari di visione dei bambini che si concentrano sempre più nel prime time e nella seconda serata anziché nella fascia pomeridiana, in teoria a loro dedicata (ore 16.00-19.00).

Ma perché bambini e ragazzi scelgono di guardare la tv? Le ricerche condotte negli ultimi anni hanno evidenziato che le motivazioni all’ascolto dichiarate dai bambini, e conseguentemente la scelta dei programmi, sono piuttosto variegate e richiamano una pluralità di funzioni, di significati che la tv rappresenta per i ragazzi, nonché di “bisogni” che riesce a colmare. A ben guardare però la motivazione più forte che spinge all’esposizione alla televisione è il poter disporre di una compagnia contro la noia e la solitudine. Ne è riprova il fatto che quando i bambini hanno alternative preferiscono impegnarsi in altre attività piuttosto che guardare la tv: non a caso durante il periodo estivo e al crescere dell’età si assiste ad un calo della visione.

Un altro ambito di indagine interessante è quello che riguarda la programmazione rivolta al pubblico infantile. Si parla a questo proposito di una progressiva “scomparsa” della Tv dei ragazzi nel passaggio dalla paleotelevisione alla neotelevisione. Questi due termini furono introdotti da Umberto Eco in un articolo del 1983 apparso su "L’Espresso" (TV, la trasparenza perduta). Con l'avvento della tv commerciale e la nascita della tv generalista, la TV dei ragazzi, intesa come una rubrica a sé stante, organica e specializzata, non esiste più per l’effetto congiunto di trasformazioni che avvengono sia sul fronte dell’offerta che su quello delle abitudini di consumo televisivo infantile. Come si è già visto la fruizione televisiva infantile si è progressivamente dilatata andando ad invadere il palinsesto adulto nella prima e talvolta anche nella seconda serata. Anche l’offerta televisiva si è quindi modificata: oggi la maggior parte dei programmi si rivolge ad un indistinto pubblico familiare, ammiccando però sempre al pubblico dei bambini, un target molto ambito, soprattutto dai pubblicitari. Questo comporta a sua volta una sorta di infantilizzazione della programmazione per adulti, cioè una declinazione infantile dei generi classici del mezzo che devono essere resi comprensibili e appetibili anche per le platee di minori (dai game show, agli spettacoli di intrattenimento, alle fiction) e, parallelamente ad una adultizzazione dell'infanzia. Postman, nel volume La scomparsa dell'infanzia, sostiene che l’azione dei media elettronici sta portando lentamente alla scomparsa dell’infanzia come categoria: guardare la tv non richiede particolari competenze alfabetiche cosicché il bambino può attingere a contenuti che nella società tradizionali erano accessibili all’individuo solo quando entrava nell’età adulta, ovvero quando aveva sviluppato un’adeguata capacità di comprensione e valutazione. La conseguenza è che l’infanzia, ma anche l’età adulta, stanno progressivamente scomparendo per lasciare il posto ad un nuovo soggetto ibrido, il “bambino adulto” che, privato della sua infanzia, non è mai abbastanza maturo per assumere nei confronti di ciò che vede un serio atteggiamento critico.

Per approfondimenti:

D’Amato Marina, Lo schermo incantato. La Tv dei ragazzi in Italia, Editori Riuniti, Roma 1989.

Eco Umberto, Apocalittici e integrati. Comunicazioni di massa e teorie della cultura di massa, Bompiani, Milano 1964.

Metastasio Renata, La scatola magica, TV, bambini e socializzazione, Carocci, Roma 2002.

Morcellini Mario, Passaggio al futuro. Formazione e socializzazione tra vecchi e nuovi media, Franco Angeli, Milano 1997.

Postman Neil (1982), trad. It. La scomparsa dell’infanzia, Armando, Roma 1986

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