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La scrittura della realtà in TV

di Daniel Tarozzi

Introduzione

Quando si parla di televisione il dibattito è subito schierato. Ci sono i fan della televisione, che ne esaltano le virtù, e ci sono gli avversari, che la demonizzano e la considerano uno strumento intrinsecamente negativo.
Raramente, però, fuori dalle aule di studio delle università di comunicazione, ci si sofferma su un analisi obiettiva ed approfondita dello strumento in questione.

Io ho avuto l'occasione di studiare questo media da due punti di vista: prima come studente universitario di Scienze della Comunicazione e poi come autore televisivo, montatore, producer e giornalista.
Cambiare ruolo e "assaggiare" le diverse professionalità mi ha permesso di sviscerare i meccanismi che stanno dietro la televisione, arrivando a comprendere quanto profondamente la televisione sia uno strumento dalle straordinarie potenzialità (per lo più inespresse) e dagli straordinari rischi, che può fare molto, in un senso e nell'altro, ma che davvero raramente è utilizzata per raccontare la realtà.

Quando parlo di televisione mi riferisco alla televisione generalista e in particolare alla programmazione di Rai e Mediaset. La tv satellitare (specialmente quella a pagamento) è guidata da meccanismi generalmente diversi, ma resta nel nostro paese un fenomeno di nicchia, utilizzato prevalentemente dai fruitori di calcio e cinema.

Oggi, poi, l'avvento di internet e la sua prepotente ascesa ha rimesso in discussione molti dei meccanismi e dei linguaggi che caratterizzavano da un paio di decenni la televisione e promette, nel medio periodo, di completare la rivoluzione in corso.

Ma in questo momento, nell'aprile 2011, possiamo tranquillamente affermare che la televisione tradizionale conserva tutt'ora un potere notevole e per milioni di italiani resta l'unico media su cui informarsi e su cui costruire un'immagine della realtà.

Come avete visto nei moduli sulla "storia della televisione", dagli anni '80 in poi la differenza tra televisione pubblica e privata si è sempre più assottigliata, fino ad arrivare allo stato attuale: un duopolio di nome e un monopolio di fatto. Senza entrare nel merito delle conseguenze politiche dello stato dell'arte, per noi è importante considerare che via via che la Rai è andata perdendo il suo ruolo di servizio pubblico, un unica logica si è imposta nella costruzione della produzione televisiva: la logica della vendita degli spazi pubblicitari. Possiamo quindi tranquillamente affermare che la stragrande maggioranza della produzione televisiva generalista italiana sia guidata esclusivamente da logiche di profitto: i programmi vengono costruiti in funzione dello "share" e lo "share" viene considerato elemento fondamentale nella vendita degli spazi pubblicitari. Se un programma è di grande qualità, ma non raccoglie ascolti, questo verrà chiuso (anche se trasmesso dal "servizio pubblico della Rai"), mentre un programma decisamente scadente a livello qualitativo, ma con grandi "risultati di pubblico", sarà confermato e riproposto per anni.

Il meccanismo è talmente palese che Gianni Morandi, qualche anno fa, aprì "provocatoriamente" un suo programma in mutande e che Adriano Celentano si è divertito spesso a giocare con i "silenzi" (vietatissimi in tv perché farebbero calare l'attenzione), invitando a cambiare canale. Cosa che puntualmente non avveniva.

Non sta a me (non in questo ruolo) giudicare la bontà o meno di questa realtà. E' fondamentale però conoscerla se si vuole capire e studiare il linguaggio televisivo.

La creazione della realtà in tv: meccanismi, esperienze, prospettive

1) "Lo ha detto la televisione"? La percezione della realtà televisiva, la guerra in Iraq, Emilio Fede e mia nonna

Quante volte avete sentito dire "lo ha detto anche la televisione!" Può sembrare un espressione desueta o che fa sorridere, eppure ancora oggi, milioni di italiani, tendono a considerare la televisione un occhio sulla realtà.
Quando si studia fotografia o giornalismo, si scopre che – al di là di una tensione ideale – non esiste, di fatto, un giornalista totalmente oggettivo, così come non esiste una foto che racconti la realtà in modo totalmente oggettivo. Nel momento in cui si sceglie una notizia o si decide un'inquadratura, si sta decidendo in modo soggettivo che cosa raccontare e cosa tralasciare. Qualunque sia l'intenzione del professionista in questione, abbiamo quindi una possibile realtà, quella che LUI ha reputato interessante.

Il meccanismo si acuisce quando si passa dalla fotografia alla televisione. I complicati meccanismi che dettano la produzione televisiva, gli strumenti e le professionalità richieste, i costi e le capacità delle persone, financo alle logiche politiche ed economiche influenzano costantemente ogni fase del racconto della realtà che quindi presto si trasforma in "costruzione" della stessa.

Un esempio? Prima Guerra del Golfo: il mondo è incollato alla televisione entusiasta di assistere, per la prima volta, alla guerra in diretta. Sugli schermi di tutto il mondo, miliardi di esseri umani osservano le strisce verdi dei "missili intelligenti" che colpiscono gli obiettivi militari. Il racconto delle immagini è in tutto e per tutto quello del videogioco. Un qualcosa di asettico, quindi, che non cela morte e sofferenza, ma solo strategie e risultati. I morti, il sangue, i cadaveri, sono tenuti lontani dalle nostre televisioni.

Mentre eravamo seduti a cena, tra un piatto di pasta e una coscia di pollo, siamo però rimasti sconvolti dalle immagini di un povero pellicano ricoperto di petrolio. Una sola immagine, quindi, è riuscita a rappresentare meglio di mille parole i pozzi in fiamme, l'inquinamento dei mari e persino la sofferenza dell'essere.

Peccato che fosse un falso... Quelle immagini erano tratte da una petroliera affondata in altri mari, in altri momenti. Ma per milioni, forse miliardi, di persone, è rimasta l'immagine simbolo di quella guerra. L'immaginario collettivo, quindi, è stato segnato da un'immagine. Un'immagine televisiva falsa.

Veniamo ora a Emilio Fede. Quando Emilio Fede iniziò a condurre i Tg di Mediaset, in molti facevano ironia. Fede diventò famoso più per le immagini inviate a Paperissima che per i contenuti dei suoi telegiornali. Eppure, è stato un errore storico gravissimo limitarsi a deridere questo giornalista. Mentre infatti in molti ne stigmatizzavano (giustamente) la totale mancanza di obiettività, in pochissimi si soffermavano a studiarne i motivi del suo successo. Fede non faceva successo "perché di parte". Fede faceva successo perché sapeva parlare a milioni di persone poco istruite che faticavano a capire i telegiornali degli altri canali. Il suo modo di parlare, la sua gestualità, le sue pause, il modo in cui riempie lo schermo, il modo in cui si pone dalla parte dello spettatore, si stupisce, si arrabbia, e così via, lo rendono un amico, lo rendono umano, lo rendono comprensibile.

Un Emilio Fede privo di derive ideologiche è esattamente il conduttore televisivo di cui avrebbe bisogno il nostro paese. (Si potrebbe dire lo stesso – nel settore varietà e telequiz - per Mike Bongiorno).

2) La mia esperienza come autore: la percezione della tv negli adolescenti, i miti e la smitizzazione

Avevo 26 anni, quando improvvisamente mi trovai catapultato nel mondo della televisione, come autore (junior), montatore, producer.
Subito mi resi conto di quanto fosse artefatto e spietato questo mondo. Mentre i "tecnici" conservavano una certa solidarietà di categoria e una certa allegria e approccio positivo alla quotidianità, quello autoriale si è presto rivelato un mondo pieno di tensioni, competizione, stress, paure, insicurezze, obiettivi da raggiungere. La mia impressione fu subito quella di un ambiente che rincorreva costantemente degli obiettivi senza avere il tempo di chiedersi perché li rincorreva.

In televisione (come in molti altri campi della vita), piccolo è bello. Le piccole produzioni hanno pochi fondi, ma tutti fanno tutto, ci si aiuta, si scherza, si lotta insieme. Più la produzione cresce di dimensione, più il lavoro si parcellizza, si specializza, ma si disumanizza. Si perde molta della passione che guida "quelli in prima linea", ci si incastra in meccanismi complessi, costantemente consapevoli che la censura politica o finanziaria è pronta a colpire.

Ci si chiede costantemente che cosa possa "funzionare" in tv. Una persona brillante funziona, anche se un po' tonta. Una persona geniale, ma lenta e di poche parole non funziona; il pubblico si annoia, cambia canale. Tutto deve essere rapido, concitato, immediato. Presto, che tra poco va in onda la pubblicità.

La concorrenza tra le diverse televisioni, è ridotta a minimi termini. La qualità non è quindi un parametro prioritario. Innovare, inventare, è rischioso. Molto meglio scommettere su ciò che ha già funzionato, che ha fatto qualcun altro. E poi "ci vuole sempre un volto noto che 'tira' e magari qualche bella ragazza".
La cultura? Sì, "la cultura ci piace", ma solo a piccole dosi, ben ritmata e miscelata e "per carità senza intristire le persone, che sono già piene di problemi e guardano la tv per svagarsi"...

La produzione televisiva, poi, è qualcosa di quasi mitologico. Quando mi proposero di lavorare come direttore di produzione, ero tutto orgoglioso. Che carriera! A 26 anni!! Poi scoprii che il direttore di produzione era una sorta di factotum a cui era richiesta onniscenza e onnicapacità. Il direttore di produzione affittava e guidava il furgone che (con il suo povero assistente) caricava e scaricava. Il direttore di produzione garantiva tutte le esigenze degli autori. Da i loro rimborsi spese (di ogni panino o capriccio), alla ricerca disperata di una maglietta di una certa taglia, alle scenografie, alla cassa, agli alberghi. Il tutto spendendo meno possibile, ovviamente. Lavoravo letteralmente 18 ore al giorno, anche 20. Il lavoro di per sé aveva anche degli aspetti stimolanti ed è un esperienza che consiglio a chiunque voglia fare l'autore televisivo. Basta sapere a cosa si va incontro...

3) La mia esperienza come autore parte seconda: il Grande Fratello, School in Action, The Club. Scrittura e riscrittura. La tv racconta la realtà o la realtà insegue la tv?

Mi trovavo in una roulotte di Cinecittà. Una roulotte di Telecom Italia. A quel tempo "Rosso Alice", canale web di Telecom, mandava in diretta il Grande Fratello. Io ero lì a supervisionare tale diretta e una concorrente era appena stata eliminata. Era il primo anno in cui "nella Casa" erano comparsi il tugurio e la suite. Questa concorrente, da poco eliminata, venne da noi e ci chiese subito: avete messo sul sito le mie immagini senza reggiseno? Quanto sono state cliccate? Poi, senza averci dato tempo di rispondere, si era rivolta verso gli schermi che trasmettevano le immagini dalla Casa ed aveva esclamato: "oddio, la suite che meraviglia..." e poi "povero xxx è ancora nel tugurio!"

In quel momento ebbi una folgorazione. Il vero reality non era il Grande Fratello, ma la nostra società. La tv aveva talmente permeato il nostro immaginario collettivo che le persone vivevano di base in un mondo finto. Entrare in televisione significava finalmente svelare quel meccanismo ed entrare nell'unica realtà percepita come tale.

Pochi mesi dopo ero uno degli autori (junior) del reality show di M-Tv "School in Action". I ragazzi (di media sedici o diciassette anni) sognavano di comparire in televisione. Senza chiedersi forse realmente il perché. La prima volta che partecipai, fu per me un'esperienza molto dolorosa. Avevo seguito questi ragazzi (talmente cresciuti con la televisione da essere in grado di capirne immediatamente i meccanismi produttivi) per due settimane e quando arrivammo allo spettacolo li vidi piangere dalla tensione e dalla delusione: la tv non era quello che loro pensavano.

La volta successiva, però, fui chiaro: spiegai subito ai ragazzi che la tv non raccontava la realtà, ma eravamo noi a costruirla. Invece di essere mie vittime, i ragazzi si trasformarono così immediatamente in complici e l'esperienza risulto nettamente più soddisfacente.

La chiave era semplice: bisognava svelare la costruzione del falso.

Un ultimo aneddoto riguarda la mia esperienza come "autore" di The Club. In quel caso andavo per le discoteche a intervistare i "giovani" sulle loro abitudini e i loro desideri. Scopo del programma era far "conoscere altri giovani" (scopo reale far mandare tanti sms per finanziare il programma). Quando entravo in discoteca ero impacciato, stordito dalla musica, poco a mio agio. Eppure alcuni ragazzi venivano da me dicendomi: "te la tiri perché sei famoso!" o anche in atteggiamento amichevole per "farsi amico uno della tv". La cosa che era evidente era che lavorare in tv mi rendeva (ai loro occhi) di per se diverso, privilegiato.

La tv, quindi, non racconta la realtà ma la influenza e la trasforma.

Cenni tecnici:

La troupe in esterni
Una troupe televisiva ai "minimi termini" (in esterna) è costituita da un autore, un operatore, un fonico, un producer. In alcuni casi operatore e fonico possono coincidere. In casi veramente estremi l'autore fa anche da tecnico.
L'autore televisivo spesso non scrive la realtà come se fosse un copione, ma la interpreta e la improvvisa in base ai personaggi che sceglie e che "guida". Questo vale ovviamente per i programmi in esterna o i reality show.

Il presentatore e gli autori
Tendenzialmente, quasi ogni programma televisivo è guidato da una figura fondamentale, possibilmente famosa: il presentatore (o la presentatrice).
Contrariamente a quanto si pensa, questa figura non è (di regola, ma ci sono eccezioni) un autore ed è quindi affiancato ad uno o più autori che insieme a lui o per lui costruiscono le sue battute e le sue gag, o più semplicemente dettano le linee di una determinata puntata. Più il presentatore è bravo e/o carismatico e più è autonomo. Ma in ogni caso, dietro ad ogni immagine, ad ogni contenuto, ad ogni "incidente" in tv c'è quasi sempre un autore che ha pensato e progettato quanto accaduto.

La regia
In tv, a differenza del cinema, il regista può avere un ruolo meno importante. Dipende dai programmi. Tendenzialmente, però, la figura che detta le regole è l'autore capo. Il regista decide le inquadrature (se si gira in studio), la posizione delle telecamere, discute della luce, degli stacchi. Ma è l'autore a decidere i contenuti ed è quasi decisore unico nel caso di riprese in esterna, specialmente se queste sono low budget. Spesso il regista in tv ha un ruolo fondamentale in post-produzione. Accanto al montatore e insieme all'autore decide come montare le immagini girare dalle troupe.

4) Il mondo, la documentaristica e l'Italia: il nostro pubblico non è pronto?

La documentaristica meriterebbe un altro incontro dedicato. Tendenzialmente, in Italia, la produzione documentaristica è ridotta ai minimi termini ed è affogata dalle logiche che governano i mass media. In questa breve parentesi, vorrei solo raccontare un episodio che ben rappresenta lo stato della tv italiana.

Mi trovano a Bardonecchia, dove si svolge uno dei più importanti incontri europei legato alla documentaristica. In questi incontri, "inviati" delle varie televisioni ascoltano i progetti dei documentaristi e, in molti casi, prendono contatti per finanziare tali progetti.

Quando venivano presentati progetti stranieri, gli inviati della Rai tendevano a stare in disparte. Quando venivano presentati progetti italiani di qualità (apprezzati e in alcuni casi finanziati da tv tedesche o francesi) il rappresentante della Rai affermava mestamente "il nostro pubblico non è pronto..."

E' veramente così?

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