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Tv e socializzazione ai ruoli di genere

Irene Biemmi

I mass media si affermano oggi come una potente agenzia di socializzazione per le nuove generazioni in grado di creare e diffondere su larga scala una definizione e una rappresentazione della realtà che si affianca a quella proposta dalla famiglia e dalla scuola. I bambini e le bambine hanno ormai a disposizione “due mondi” da cui attingere per elaborare e costruire la propria immagine personale e sociale: il mondo dell’esperienza diretta, con cui si interfacciano personalmente nel contesto di vita reale e nei rapporti faccia a faccia, e il mondo mediale che offre conoscenze indirette, filtrate e organizzate a priori dai media in base a logiche che trascendono da obiettivi di tipo educativo, essendo dichiaratamente orientate a finalità commerciali.

Volendo addentrarci nel complesso rapporto tra media e minori, occorre in primo luogo prendere atto che quando si parla degli effetti della tv sui minori si tende spesso a fare riferimento ad una generica “audience infantile”, indistinta e omogenea al suo interno, che annulla e rende irrilevanti le peculiarità del pubblico maschile e femminile. La prospettiva di genere impone invece di differenziare e di interrogarsi sul tipo di correlazione esistente tra le rappresentazioni di genere divulgate a livello mediatico e i processi di costruzione identitaria di bambine e bambini, di donne e uomini. Risulta in particolare interessante valutare la capacità dei media di porsi come agenti di mutamento sociale, utili per una ridefinizione delle immagini tradizionali femminili e maschili.

Relativamente al rapporto tra media e mutamento sociale sono rintracciabili in letteratura tre approcci paradigmatici. Una prima concezione dei media come “specchio della realtà” vede la loro funzione come meramente riproduttiva dello stato-di-cose presente: i media si limitano cioè a riaffermare e valorizzare le tendenze culturali e i ruoli sociali di genere già presenti nella società ma non possono agire come anticipatori di cambiamento sociale. Nel peggiore dei casi i media risultano uno “specchio distorto” che non riesce neppure a stare al passo – cioè a rappresentare – cambiamenti già avvenuti nella società. Un secondo approccio si focalizza sui processi di ricezione enfatizzando la capacità dell’audience di decostruire i messaggi massmediatici portando avanti azioni di “resistenza culturale” e prevedendo “letture alternative” dei messaggi proposti. Questo approccio presuppone – forse un po’ troppo ottimisticamente – che le donne fruitrici dei messaggi massmediatici abbiano già acquisito una forte autocoscienza di genere e siano dunque immuni da eventuali messaggi sessisti, in quanto capaci di sottoporli a critica. Un terzo filone interpretativo concepisce i media come produttori di nuovi ambienti culturali in grado di favorire nuovi comportamenti e stimolare nuove definizioni delle identità maschili e femminili. Secondo questa terza prospettiva i media non si limiterebbero a rispecchiare lo stato di cose dominante ma sarebbero in grado di agire attivamente come mediatori e facilitatori delle ridefinizioni dei ruoli di genere.

Se andiamo ad analizzare la realtà televisiva italiana dobbiamo purtroppo constatare che il primo dei tre approcci è probabilmente quello più adatto a descriverla: l’immaginario di femminilità, ma anche di mascolinità, che viene divulgato mediaticamente è ingessato sui più tradizionali stereotipi di genere e talvolta risulta addirittura anacronistico rispetto alla realtà corrente. I cambiamenti radicali intervenuti nella vita femminile negli ultimi decenni vengono raramente raffigurati nei programmi televisivi, fatta eccezione forse per alcune fiction in cui si presentano – talvolta in forma caricaturale – alcune immagini di donna moderna, nelle sue varie declinazioni: la “donna medico”, la “donna poliziotto”, la “donna avvocato”. Più frequentemente si preferisce mostrare un ritratto femminile improntato ai rassicuranti ruoli di madre-moglie-casalinga oppure attingere all’immaginario parallelo – altrettanto stereotipato e per certi versi ancor più preoccupante – di “donna sexy”, oggetto del desiderio e dello sguardo maschile.

Di fronte a questo quadro allarmate, il Comitato Media e Minori, che vigila sulla corretta applicazione del “Codice di Autoregolamentazione Tv e Minori” a tutela del target televisivo infantile, nel 2004 ha stilato un documento di denuncia dal titolo La rappresentazione della donna in televisione. Nel documento si afferma senza mezzi termini che «quello che la televisione rappresenta e rafforza ogni giorno è ”un modello” più che semplicemente un’immagine femminile. Le donne, questo ci dice la televisione, per lo meno quelle giovani e belle, trovano normale usare il proprio corpo e l’ammiccamento erotico continuo come un mezzo per “arrivare”. Questo è il messaggio prevalente, inequivocabile quanto inaccettabile». Se ne conclude che l’immagine delle donne che la tv propone, in particolare nella pubblicità e nell’intrattenimento, «non può essere certamente considerata positiva per l’equilibrato sviluppo dei minori». Tale rappresentazione del femminile opera negativamente a due livelli: sia sull’auto-percezione delle donne stesse (immagine personale) sia sulla percezione che delle donne maturano gli uomini e anche i minori (immagine sociale). Traducendo la questione sotto forma di domande, ci si chiede: «che idea si fanno delle donne gli uomini del futuro, cioè i ragazzi di oggi? Che le donne (eccettuate madri e sorelle, secondo il vecchio stereotipo), sono solo corpi da esibire o, come spesso accade nei talk show e reality show, donne in competizione per la conquista di un uomo? E che idea possono farsi le donne del futuro, cioè le bambine e le adolescenti? Che debbono affannarsi per costruirsi corpi e visi spendibili in un invasivo e onnipresente gioco di seduzione più o meno volgare allo scopo di sopravvivere?». In effetti i minori costituiscono il target più vulnerabile rispetto ai messaggi sessisti proposti perché non possiedono ancora gli strumenti necessari per valutarli criticamente. Il problema è amplificato dal fatto che negli ultimi anni i bambini non si limitano più a guardare i programmi rivolti al loro target di età ma sono diventati telespettatori dei programmi per adulti che vengono proposti nei palinsesti televisivi in prima e in seconda serata, orari in cui fa comodo credere che i più piccoli siano già a letto.

In ogni caso, anche se concentriamo la nostra attenzione sulla programmazione specificamente rivolta all’infanzia, vediamo che anche questa risulta funzionale alla riproposizione acritica di modelli sessisti e stereotipati. Si tratta di una programmazione fortemente orientata su base sessuale che presenta personaggi femminili e maschili tipizzati su base sessuale. A partire dagli anni ’70 – con una particolare enfasi egli anni ’80 – in Italia sono state condotte diverse ricerche volte ad analizzare la rappresentazione del femminile proposta nell’ambito della Tv dei ragazzi. Questi studi consentono di ricostruire una casistica dei modelli proposti nei cartoni animati per bambine: «la donna contesa (tra due personaggi maschili), la donna sexy, frivola e vanitosa (ma attenta e decisa), la piccola orfana (dignità, coraggio e tante lacrime), la principessa guerriera o comunque l’aristocratica in armi (determinazione, spietatezza, ma anche aiuto degli oppressi), la campionessa sportiva (disciplina, sacrificio, spirito nazionalistico, rinuncia al privato per il ruolo pubblico), l’avventuriera (affascinante, seducente, generalmente cela una doppia personalità, va contro la legge ma con astuzia e eleganza)».

Nell’ambito della programmazione per bambini la pubblicità spicca come un vero e proprio condensato di stereotipi di genere, finalizzata a ribadire, estremizzandoli, i diversi ruoli che uomini e donne assolvono nella società. Ancora oggi gli spot televisivi di giocattoli destinati a bambini e bambine forniscono un esempio lampante di polarizzazione sessuale che vede una netta separazione tra le attività femminili (la cura delle bambole, dell’aspetto estetico e le faccende domestiche) e le attività maschili (competere, manipolare oggetti e fare sport). Gli spot “femminili” sono più frequentemente collocati in spazi chiusi (cameretta, cucina, salotto, luoghi per lo shopping o per i party) e tinteggiati di rosa; quelli maschili si svolgono in luoghi aperti e avventurosi (foreste, boschi, montagne, giungla), spesso connessi a situazioni di pericolo, dipinti con tinte cupe (grigio, nero, blu). I giocattoli per bambine sono castelli e casette, pupazzi e bambole, stoviglie in miniatura, accessori per la casa; quelli per i bambini sono veicoli, piste, bambolotti che rappresentano guerrieri ed eroi. Se la gamma di giocattoli pubblicizzati alle bambine è riconducibile al binomio “seduzione e riproduzione” e i valori di riferimento sono la bellezza e il glamour, i giochi maschili veicolano valori quali la velocità, la competizione, il coraggio, il rischio, l’avventura. Il tema della guerra è onnipresente nelle pubblicità rivolte al target maschile: «invece di promuovere l’idea del gioco collaborativo, festoso ed allegro, la pubblicità suggerisce una competizione, nella quale la soddisfazione non nasce dal divertimento, ma dalla sconfitta dell’antagonista».

Questo dato impone una riflessione. La riproposizione di modelli stereotipati su base sessuale appare dannosa e limitante non solo e soltanto per le bambine ma anche per i bambini i quali, per affermare la propria mascolinità, si vedono costretti ad assumere tratti di aggressività, competizione, forza, che magari sono totalmente estranei al proprio sentire e alle proprie inclinazioni naturali. Il progetto più ambizioso rimane quello delineato ormai più di trent’anni fa da Elena Gianini Belotti nel bellissimo saggio Dalla parte delle bambine: «restituire a ogni individuo che nasce la possibilità di svilupparsi nel modo che gli è più congeniale, indipendentemente dal sesso cui appartiene». Per raggiungere questo obiettivo è necessario costruire un “immaginario alternativo”, che presenti donne e uomini non più come due tipologie umane contrapposte e reciprocamente escludentesi, ma come entità potenzialmente interscambiabili, sia nelle relazioni che nei ruoli sociali e familiari. Per promuovere questo nuovo immaginario i mass media potrebbero iniziare a mostrare maschi e femmine in ruoli e attività tradizionalmente attributi al sesso opposto, cioè proporre contro-stereotipi di genere che forniscano agli uni e alle altre modelli di identificazione più variegati e svincolati dall’appartenenza di genere. La Risoluzione del Consiglio d’Europa del 1995 concernente l'immagine dell'uomo e della donna nella pubblicità e nei mezzi di comunicazione già assumeva questa ottica propositiva affermando che: «la pubblicità e i mezzi di comunicazione possono apportare un notevole contributo al cambiamento dell'atteggiamento della società riflettendo la diversità dei ruoli e delle potenzialità delle donne e degli uomini, la loro partecipazione a tutti gli aspetti della vita sociale, nonché la ripartizione più equilibrata delle responsabilità familiari, professionali e sociali tra donne e uomini». Questo a patto che promuovano «un'immagine diversificata e realistica» delle possibilità e delle attitudini delle donne e degli uomini nella società e attivino misure volte ad eliminare messaggi sessisti o immagini degradanti sia femminili che maschili.

Per approfondimenti:

Businaro Chiara, Santangelo Silvia, Ursini Flavia, Parole rosa, parole azzurre. Bambine, bambini e pubblicità televisiva, Cleup, Padova 2006.

Capecchi Saveria, Identità di genere e media, Carocci, Roma 2006.

Gianini Belotti Elena, Dalla parte delle bambine, Feltrinelli, Milano 1973.

Grossi Giorgio, Ruspini Elisabetta (a cura di), Ofelia e Parsifal. Modelli e differenze di genere nel mondo dei media, Raffaello Cortina Editore, Milano 2007.

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