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Il vocabolario della questione dei generi

di Irene Biemmi

Per progettare percorsi di educazione di genere nelle scuole è utile in primo luogo padroneggiare e condividere un vocabolario specialistico costituito da termini quali: sesso, genere, differenze sessuali, differenze di genere, mascolinità, femminilità, stereotipo, sessismo. Alcuni di questi termini (genere, sessismo) sono neologismi creati nell'ambito del neo-femminismo per inaugurare un linguaggio che si faccia portatore di un nuovo sguardo per osservare la "questione dei generi": le differenze tra uomini e donne – che si configurano tradizionalmente in termini di disparità di un sesso sull’altro – non sono un dato biologico, innato, ma sono il frutto di un condizionamento socio-culturale messo in atto all’interno della famiglia, della scuola e del più ampio contesto sociale.

Ci sono due nozioni preliminari da cui partire: quelle di sesso e genere. La distinzione tra i due termini palesa a livello linguistico due differenti prospettive teoriche attraverso le quali si possono studiare le tematiche in oggetto e rimanda ad un antico dibattito, quello tra natura e cultura, che è stato applicato anche alla discussione delle origini delle differenze tra i sessi. La questione può essere così espressa: donne e uomini imparano ad essere differenti, oppure la responsabilità delle differenze va attribuita esclusivamente al loro patrimonio biologico ereditario? Le differenze nei comportamenti e nella costituzione psichica sono determinate da dati biologici/genetici/ormonali o sono piuttosto il prodotto di condizionamenti culturali e influenze ambientali? In sostanza, le differenze tra maschi e femmine sono innate o sono apprese?

I termini sesso e genere rimandano, rispettivamente, alle due prospettive: quella innatista e quella culturale. Il termine sesso allude ad una caratteristica fisica biologicamente definita che distingue i maschi dalle femmine, nasce infatti in biologia per designare una specifica coppia di cromosomi contenuti nelle cellule. Ogni cellula del corpo umano contiene quarantasei cromosomi, che si presentano in coppie di due elementi caratterizzati dalla forma uguale. I cromosomi sessuali costituiscono un ventitreesimo del patrimonio cromosomico totale: si tratta dei cosiddetti cromosomi X e Y, perché la loro forma è approssimativamente simile a queste due lettere maiuscole. Le donne hanno due cromosomi X, gli uomini hanno un cromosoma X e un cromosoma Y. Questi cromosomi sessuali, XX nella femmina e XY nel maschio, sono responsabili dello sviluppo delle caratteristiche femminili e maschili perché producono – nella norma – due differenti schemi di sviluppo somatico: appunto, quello maschile e quello femminile. Dunque è indubbio, e pacifico, che maschi e femmine siano biologicamente differenti. La situazione è però complicata dal fatto che le diversità che da sempre hanno connotato i due sessi si sono allargate ben oltre la sfera biologica per andare ad investire la sfera dei ruoli sociali e familiari fino ad arrivare a determinare una diversità nei comportamenti, nelle attitudini, nei tratti psicologici e comportamenti che sono ritenuti peculiari di ciascun sesso. Ci possiamo domandare se questo secondo ordine di diversità derivi direttamente dalla diversità primordiale, biologica, o se invece sia frutto di condizionamenti sociali e culturali. Per lungo tempo gli studiosi hanno abbracciato la prima posizione, quella innatista, sostenendo che il ruolo di subalternità che la donna riveste nella società sia la diretta conseguenza di una sua inferiorità fisica e mentale. Il movimento femminista inaugura una prospettiva antitetica, arrivando a sostenere che le diverse caratteristiche, i diversi ruoli e comportamenti di donne e uomini sono appresi nel processo di socializzazione.

Si arriva in questo modo alla definizione del concetto di genere. Genere è un neologismo che viene introdotto nella lingua italiana negli anni ’80 e deriva dal corrispondente termine inglese gender. Il concetto di gender si sviluppa a partire dagli anni ’60 in area anglo-americana per designare il carattere sessuato dell’identità psicologica e socioculturale delle persone, dei ruoli nella famiglia e nella società, delle relazioni tra i sessi. Genere è dunque il significato sociale assunto dalle differenze sessuali e può essere definito come l’insieme di caratteristiche, comportamenti, norme di condotta che finiscono per essere rispettivamente associati ai maschi e alle femmine e perciò da loro attesi all’interno di una particolare società. In altre parole è un termine che designa i concetti di mascolinità e femminilità intesi come le attese sociali e culturali nei confronti della donna e dell’uomo. La distinzione tra differenze di genere e differenze sessuali ha quindi un significato sostanziale perché rimanda a due diversi presupposti teorici. Quando si fa riferimento alle differenze di sesso si allude ad una distinzione essenzialmente biologica che si fonda sulle caratteristiche anatomiche e fisiologiche degli individui; quando invece si fa riferimento alle differenze di genere si sottolinea il fatto che c’è una caratteristica socioculturale che assegna convenzionalmente a uomini e donne comportamenti e stili riconosciuti propri di ciascun sesso.

Arriviamo quindi alla nozione di sessismo, neologismo derivante dall’inglese sexism a sua volta creato in analogia a racism (razzismo), nasce negli anni '70 negli Stati Uniti. Come con "razzismo" si intende discriminazione secondo la razza, con "sessismo" si intende discriminazione secondo il sesso. Il termine indica quindi qualunque arbitraria stereotipizzazione di maschi e femmine in base al sesso.

Questa definizione ci rimanda ad altre tre nozioni che vanno a chiudere il nostro piccolo vocabolario: pregiudizio, stereotipo/stereotipo di genere, discriminazione. Il pregiudizio è un atteggiamento e, in quanto tale, è composto da tre aspetti: una componente affettiva o emozionale, che rappresenta il tipo di emozione collegata all’atteggiamento (ad esempio, la rabbia o la gioia, l’ansia, l’ostilità); una componente cognitiva, che comprende le credenze o i pensieri (cognizioni) che compongono l’atteggiamento; una componente comportamentale, collegata alle azioni dell’individuo.

Il pregiudizio (componente emotiva) è un atteggiamento ostile o negativo nei confronti di un gruppo, basato unicamente sull’appartenenza a quel determinato gruppo. I pregiudizi sono frutto di categorizzazioni sociali. Lo stereotipo (componente cognitiva) è un’opinione comune, ritenuta valida, relativa a caratteristiche e credenze di gruppi e/o istituzioni, spesso semplificata e rigida che non tiene in nessun conto le differenze individuali. Gli stereotipi sono l’effetto di generalizzazioni. Una sua sottocategoria è lo stereotipo di genere che consiste in una visione semplificata e rigida che attribuisce a donne e uomini ruoli determinati e limitati dal loro sesso. Infine, la discriminazione (componente comportamentale) è un’azione ingiustificata negativa o dannosa verso i membri di un gruppo, semplicemente a causa dell’appartenenza a quel determinato gruppo.

Per approfondimenti:

Brown Rupert, Psicologia sociale del pregiudizio (1995), trad. it., Il Mulino, Bologna 1997.

Burr Vivien, Psicologia delle differenze di genere (1998), trad. it., Il Mulino, Bologna 2000.

Piccone StellaSimonetta - Saraceno Chiara [a cura di], Genere. La costruzione sociale del femminile e del maschile, Il Mulino, Bologna 1996.

Rogers Lesley, Sesso e cervello (1999), trad. it., Einaudi, Torino 2000.

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