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LA TV ITALIANA: CRONOLOGIA ESSENZIALE - I PRIMI PASSI DELLA TV

PERCHE' E' IMPORTANTE CONOSCERE LA STORIA DELLA TV?

Perché la TV, essendo un mezzo d’informazione, di crescita sociale, di progresso e di democrazia, ha contribuito in misura significativa a determinare la fisionomia dell’immaginario sociale e l’identità culturale della Nazione, fino allo sviluppo dei cosiddetti nuovi media; tuttora questi ultimi, mentre si diffondono e continuano ad evolversi, tendono a venire fruiti secondo modalità influenzate dal mondo televisivo.

I PRIMI PASSI DELLA TV: ANNI CINQUANTA (DEL XX SECOLO)

La TV italiana nasce ufficialmente il 3 gennaio 1954, con l’inizio delle prime trasmissioni a diffusione nazionale della RAI, ente di Stato; quest’ultimo aveva assunto la denominazione di “RAdiotelevisione Italiana”, ma era ancora una derivazione dell’EIAR, ente costituito nel 1927 dal regime fascista col nome “Radio Audizioni Italiane”, per la gestione e diffusione dei programmi radiofonici. Dunque la TV fu inizialmente una derivazione della radio, sul piano tecnico come su quello linguistico e artistico, nonché di un regime tradizionalista; per le trasmissioni disponeva della sola diretta (perché l’rvm per registrare arriverà solo intorno al 1960), che le dava risalto per la differenza rispetto al cinema (il quale invece manipola il tempo, mediante il montaggio delle immagini filmate).

A trasmettere fino a fine decennio è un unico canale, antenato dell’odierna Rai 1. La sua missione ha carattere di servizio pubblico, in virtù della proprietà e gestione statale: una vocazione tutt’altro che scontata nel panorama globale (la TV negli USA nacque con vocazioni commerciali), e ispirata al modello della BBC che aveva 3 obiettivi culturali (“informare, divertire, educare”), ma con due differenze peculiari rispetto al contesto britannico:

La RAI invece si apre alla pubblicità già nel 1957, data che corrisponde alla nascita del programma serale Carosello (mentre la concessionaria Sipra era stata costituita nel 1926 per la radio), che assurge ad appuntamento di enorme richiamo popolare grazie alla sua formula basata sul racconto breve (spettacolo di stampo teatrale), contribuendo all’affermazione della TV come impiego del tempo libero nell’ambito privato e ancor più spesso familiare.

Infatti la fruizione del mezzo era tipicamente collettiva, quindi socializzante e ritualizzante, per via del ridotto numero di televisori che favoriva il fenomeno dell’ascolto di massa, soprattutto in occasione di programmi molto popolari come Lascia o raddoppia?; i giochi a quiz s’imponevano spesso all’attenzione dei telespettatori (Campanile d’oro, Campanile sera, Il musichiere, Telematch), insieme agli altri generi pionieri del periodo, con in testa il varietà (Canzonissima esordisce nel 1958) ma anche tipologie di programmi estranei allo stampo televisivo come il teatro e lo sport, in un’epoca ancora lontana dalla forte autoreferenzialità, oltre all’informazione dei notiziari. Questi ultimi subivano un rigido controllo, che consisteva nella censura di qualsiasi notizia non gradita al Governo e più in generale al partito egemone DC (Democrazia Cristiana), oltreché nel sequestro delle prime reti semi-clandestine come TVL, a conferma del monopolio detenuto dalla RAI.

L’offerta editoriale, inizialmente limitata a 4 ore giornaliere di programmazione e poi ampliata per fasce (con la nascita della “Tv dei ragazzi” nel 1959, anno di esordio sia per lo Zecchino d’oro sia per Telescuola che era una trasmissione a vocazione educativa pura), era strutturata per appuntamenti fissi, in modo da favorire modelli standardizzati di fruizione, che insieme ai contenuti massificanti (generi di programmazione ben definiti) erano espressione di una strategia finalizzata ad unificare un pubblico eterogeneo per cultura, lingua, e classi.

Dunque la cosiddetta “Paleotelevisione”, termine coniato successivamente da Umberto Eco per definire la TV italiana nel periodo del monopolio statale, si caratterizzava per il suo rapporto paternalistico e didascalico col telespettatore: un modello che il mezzo giustificava con la sua missione di servizio e di divulgazione socio-culturale, sminuendo il peso delle istanze politiche ed egemonistiche che influivano pesantemente sui contenuti. Così ad esempio il genere dello sceneggiato (caratterizzato dai tempi narrativi lenti delle riprese in studio, a differenza del telefilm diffuso nei paesi anglosassoni) fu espressione del cartello cattolico-democristiano, proteso a dotare il mezzo televisivo di un’identità specifica per opporsi alla cultura di sinistra (che invece prediligeva il cinema), nonché a diffondere un preciso sistema di valori (sulla persona umana, e su famiglia, religione, società, moralità, sensibilità, decoro).

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