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IL BOOM NELLA FASE DEL MONOPOLIO (ANNI '60-'70)

Anno 1961: nasce il “Secondo Programma”, antenato di Rai 2, con un risalto marginale nelle strategie editoriali e nella fruizione del pubblico ormai massificato, ma importante sul versante politico, in quanto espressione della sinistra moderata, come sollecitato dal contesto dei primi governi di centro-sinistra.

Lo sviluppo della TV italiana durante gli anni ’60 prosegue rigorosamente all’insegna del monopolio RAI, con 3 principali fattori di cambiamento:

La RAI, utilizzata ancora come fabbrica di consenso dalla classe politica e governativa (mentre incombevano le questioni del pluralismo e dell’innovazione democratica, che però si ritennero risolte con la nascita di Tribuna elettorale), vive una fase di grande popolarità grazie alla sua programmazione di spettacolo artistico, che inizia ad attingere cautamente dai modelli esteri (ad esempio nel varietà, dove si facevano strada attrazioni ispirate al teatro di Broadway, accanto a programmi che fecero epoca come Studio Uno) e crea personaggi destinati a restare nell’immaginario collettivo fino ai giorni attuali (come Mina e la coppia Mondaini – Vianello).

I generi culturali come la scienza e la storia trovano spazio in seconda serata (una fascia ancora non di tarda serata, intorno alle ore 22:10), dove compare e si afferma anche il giornalismo di qualità e di denuncia (in programmi come Tv7 e Zoom), contribuendo allo sviluppo del senso critico nei telespettatori e quindi anche alla frammentazione socio-culturale del Paese: un contesto favorito dall’esordio dei collegamenti via satellite nel 1962 (quando la RAI ritrasmette il primo programma diffuso in mondovisione, un evento inaugurale dagli USA, che segna una tappa cardine nel ruolo di “finestra sul mondo” per la TV) e culminato nei movimenti del ’68, nonostante gli appuntamenti sportivi continuino a riunire grandi schiere di popolazione davanti al piccolo schermo, che continua a venire sottovalutato e snobbato da molti intellettuali.

Il decennio successivo avvia invece un periodo denso di date e fatti importanti che, coincidendo con i cosiddetti “anni di piombo” nella cronaca politica, prepareranno la successiva fase storica della TV, una fase mossa dall’intensificarsi delle istanze pluraliste: il 1971 annovera infatti la nascita di Telebiella, prima emittente privata italiana, a diffusione via cavo, un evento che simboleggia l’ingresso del settore nel mercato moderno (l’emittenza via cavo si rivolge a un pubblico non di massa ma limitato e facilmente identificabile). Il contesto si evolve in una progressiva crescita del “sommerso”, che nel 1974 arriva a produrre le prime sentenze della Corte costituzionale sul diritto a trasmettere per emittenti estranee alla RAI e talvolta anche al territorio nazionale (dove all’epoca erano già ricevibili Capodistria, Svizzera Italiana, Telemontecarlo).

Il 1974 è anche l’anno in cui Silvio Berlusconi acquista l’emittente via cavo Telemilano, che otterrà il diritto a trasmettere anche via etere nel 1976, grazie a una sentenza che consente le emissioni a diffusione locale, regolarizzando un gran numero di canali che già trasmettevano nei loro territori; quella sentenza fu importante anche per la sua esplicita motivazione, che riconosceva una situazione d’insufficiente obiettività e pluralismo nel settore in mano alla sola RAI. Per la TV di Stato inoltre viene varata un’importantissima riforma (anno 1975), che ne trasferiva il controllo dal Governo al Parlamento, oltre a stabilire la costituzione di un terzo canale nazionale per valorizzare la dimensione locale.

Anno 1977: arriva il colore, nelle trasmissioni della RAI, con 10 anni di ritardo rispetto al resto d’Europa, essenzialmente a causa di strategie politico-economiche che intendevano proteggere la popolazione dalla corsa all’acquisto dei nuovi televisori; pressoché in contemporanea si diffonde il telecomando, strumento che cambierà radicalmente il consumo televisivo incentivando la pratica dello zapping (per la possibilità di cambiare canale molto più rapidamente e agevolmente di quando occorreva avvicinarsi allo schermo per manovrare i comandi), e chiude la trasmissione Carosello, con le emittenti private già lanciate nella competizione per la raccolta pubblicitaria.

La crescente competizione e il conseguente boom delle ricerche di mercato fa sì che quest’ultimo inizi a influenzare notevolmente la programmazione e le logiche di palinsesto, favorendo i generi in grado di massimizzare l’ascolto, come l’intrattenimento (nelle formule del quiz, del varietà, e dei nuovi contenitori come Domenica In, nato nel 1976) a scapito di quelli meno popolari, come la prosa e la prestigiosa “TV dei ragazzi”, ad eccezione dei prodotti abbinabili al merchandising come i primi cartoni giapponesi che debuttarono sulla RAI (Heidi e Ufo Robot Goldrake). L’informazione e attualità di stampo culturale inizia a veder ridotto il suo risalto, emergendo essenzialmente in occasione di eventi come il documentario Processo per stupro, accanto però ad eventi di genere ben più popolare come lo sceneggiato Gesù di Nazareth, che rappresenta lo strenuo tentativo di riconfermare un’identità nazionale e culturale in via di sfaldamento.

E con gli anni ’80 alle porte, il contesto d’inedita concorrenza influenza i palinsesti favorendo anche l’avvento di una programmazione a cadenza quotidiana: quel tipo di offerta editoriale che, pur convivendo ancora per molto tempo col rilievo degli appuntamenti settimanali, si caratterizzerà fisiologicamente per la bassa qualità dei programmi, innescherà il moderno fenomeno dell’ascolto abitudinario e disattento. Non a caso, la Rete Tre (antenata di Rai 3) nasce nel 1980 come la Canale 5 di Berlusconi, ma con una funzione ambigua: ufficialmente ha la dichiarata missione di valorizzare la dimensione locale e regionale, ma ufficiosamente doveva dare voce al neo-affermato PCI (Partito Comunista Italiano), che ne pervaderà l’identità fino ai giorni attuali.

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