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L’AFFERMAZIONE DELLA TV COMMERCIALE (ANNI '80)

Il decennio caratterizzato dall’ingresso deciso dell’emittenza privata in Italia va visto anzitutto alla luce di un’innovazione tecnologica: la diffusione del videoregistratore, che insieme al telecomando contribuisce a rendere il telespettatore artefice dei propri palinsesti e dunque meno passivo, segnando la fine del modello paternalistico-pedagogico e quindi della cosiddetta “Paleotelevisione”, in misura tale da indebolire però anche la concezione della TV come servizio sociale e culturale, in favore di quelle che assegnano al mezzo una funzione essenzialmente ludica.

Altro evento fondamentale del periodo è l’acquisizione di Italia 1 e Rete 4 da parte di Silvio Berlusconi, che già intorno all’anno 1982 si ritrova possessore di ben 3 emittenti in grado di trasmettere su gran parte del territorio nazionale; la sua concessionaria Publitalia attrae una grande quantità d’inserzionisti, arrivando a superare la Sipra e dando enorme slancio commerciale allo sviluppo dell’intero settore, in nome dell’equazione quantitativa che impone di catturare più telespettatori possibile per massimizzare introiti e profitti.

Lo scenario alla fine del 1984 vedeva dunque realizzata una gigantesca concentrazione del settore nel gruppo Finivest, che nella seconda parte del decennio estenderà i suoi tentacoli in moltissimi settori dell’industria culturale (persino radio, con Rete 105), ma da subito assume il ruolo di unico “polo commerciale” per la diffusione ma presto anche nella produzione, avviata con successo per eventi anche non prettamente televisivi ma sempre con finalità prettamente commerciali, come il Mundialito di calcio. La situazione di concorrenza spietata e anche di emittenza selvaggia, poiché le 3 reti Fininvest trasmettevano a diffusione nazionale violando i limiti espressi dalle ultime sentenze permissive in materia, provoca disposizioni di oscuramento in alcune province per decisione delle rispettive Preture; ma il blocco, accolto in maniera impopolare da un’opinione pubblica già largamente affezionata alla programmazione delle reti Fininvest, viene presto aggirato da queste ultime tramite l’uso di videocassette registrate, diffuse a livello regionale ma in contemporanea così da riprodurre virtualmente una emissione in diretta nazionale senza violare le leggi.

La RAI dal canto suo, reagisce riaffermando il suo ruolo centrale di servizio pubblico insieme alla levatura e tradizione delle sue produzioni, ma più a parole che nei fatti: vivendo come un fallimento ogni flessione quantitativa dei suoi telespettatori, si lascerà fagocitare nel contesto di competizione a tutto campo, cercando una sua nuova identità senza trovarla fino ai giorni attuali, per via del confronto improprio con l’emittenza commerciale, nonostante l’avvio di servizi all’avanguardia come il Televideo (disponibile dal 1984), che inaugura l’interattività del piccolo schermo.

Così la competizione per accaparrarsi il maggior numero di telespettatori provoca una vera e propria guerra, anche di notizie sugli ascolti, usati per la prima volta anche come strumento di autopromozione, nuovamente secondo una logica quantitativa: un programma è un buon programma se “vince”, cioè se viene scelto dalla maggioranza dei telespettatori in una data fascia oraria (nasce allora l’espressione commerciale “vincere la serata”, o il pomeriggio o il preserale ecc.), e lo stesso vale per le singole emittenti (nell’intero giorno, o nella settimana). La guerra si gioca persino sul sistema di rilevazione degli ascolti, anche dopo l’avvento degli apparecchi elettronici “meter”, che a partire da metà decennio sostituiscono i vecchi sondaggi telefonici e i diari raccolti da società di ricerche di mercato come Istel.

Le rilevazioni degli ascolti col meter vengono affidate ad Auditel, società fondata nel 1986 e divenuta presto condizionante per tutta la programmazione, nonostante i conflitti d’interesse al suo interno (è di proprietà di RAI e Fininvest, che vi si affidano per i dati sulla loro competizione), le magagne insite nel suo campione statistico (fatica a comprendere le famiglie che guardano poca TV, perché sono quelle che raramente accettano di aderirvi), gli indizi d’inaffidabilità (le famiglie fuoriuscite raccontano un uso spesso disattento o approssimativo del meter), e i rigidi criteri quantitativi delle sue rilevazioni (usano indici di contatto, che premiano la programmazione veloce e attenta soprattutto a non annoiare), che alimentano sempre più una concezione del telespettatore come mero consumatore.

La corsa agli ascolti e agli spazi da vendere per la pubblicità spinge le emittenti a sperimentare le fasce orarie ancora libere (come il mezzogiorno, lanciato dalla RAI con Pronto Raffaella?), avviando il percorso che condurrà alla copertura delle 24 ore negli anni ’90, ma rivoluzionando da subito la struttura dei palinsesti con la logica del “flusso”, che tende a uccidere il genere e i contenuti: attraverso la scomparsa progressiva delle cesure che delimitano l’inizio e la fine dei singoli programmi, il telespettatore viene trattenuto a oltranza sulla stessa emittente, rendendo spuria la sua fruizione al punto da doversi ritenere una generica fruizione “di TV” che non di determinate trasmissioni.

Ciò non impedisce l’evoluzione dei contenuti e dei linguaggi in generi anche non di massa, come l’approfondimento d’attualità in stile “news magazine”, essenzialmente in casa RAI (Mixer di Giovanni Minoli, Linea diretta di Enzo Biagi, e Samarcanda di Michele Santoro esordiscono tutti in questo decennio), che tenta di rivalorizzarsi anche con la divulgazione scientifico-pedagogica (Quark di Piero Angela), l’intrattenimento a sfondo erudito (Parola mia di Luciano Rispoli), e altre formule d’interesse socio-culturale (come il Film Dossier, di derivazione francese). Ma molto più risalto ottiene l’intrattenimento leggero di stampo commerciale e le sue evoluzioni nello stile dell’infotainment, con la comparsa del talk-show moderno (il capostipite Maurizio Costanzo show impazza già dal 1982) che rappresenta in maniera esemplare l’avvento della cosiddetta “Neotelevisione”.

Quest’ultima, in contrapposizione alla pedagogica Paleotelevisione (sempre nell’ottica base di Umberto Eco), è un modello che mira al coinvolgimento empatico del pubblico, attraverso la marcata prossimità (dimensione del quotidiano), la convivialità (insistenza retorica dello “stare insieme”), e la riconoscibilità nel flusso (temi e personaggi rimbalzano tra vari programmi e canali). Il rapporto paternalistico e verticistico con i telespettatori viene sostituito da una relazione paritaria di fiducia, ottenuta tramite una costante ricerca di credito e di rappresentatività (più che di rappresentanza): il pubblico viene insistentemente evocato e anche consultato, dal conduttore che ha il compito di mediare la familiarizzazione con l’emittente (incarna la voce della “gente” e il “senso comune”), attraverso strumenti interattivi e di avvicinamento come i collegamenti, le telefonate e il televoto (prima degli odierni messaggi sms e social network), mentre l’autoreferenzialità (la TV finisce per parlare soprattutto di sé stessa) e l’auto-esplicitazione (si esibiscono i processi narrativi e le tecniche di ripresa) producono contaminazioni e ibridazioni tra i tradizionali generi comunicativi.

La grande rivoluzione rappresentata dalla “Neotelevisione” porterà addirittura il letterato e accademico Walter Pedullà nel 1991, poco dopo l’elezione a presidente della RAI (ma dopo 15 anni consumati nel ruolo di consigliere), ad affermare che “nei talk-show si allena il modo di pensare e di parlare di un popolo”; il tutto stride con un Paese sempre più diviso, persino in occasione di programmi come il Festival della Canzone Italiana da Sanremo (pur tornato in auge dopo la crisi degli anni ’70, proprio grazie alla sua nuova veste di evento prettamente televisivo), e con il degrado dell’umanità rappresentata nei generi d’intrattenimento, come Drive In e Colpo grosso che inaugurano (rispettivamente dal 1983 e 1987) il fenomeno dell’oggettivazione del corpo delle donne, in un contesto pervaso dall’edonismo, che fa proliferare anche i giochi a premi su molti canali e in ogni orario della giornata, nonostante il successo parallelo delle loro parodie (Indietro tutta).

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